Il 2 luglio 2026 SACE ha presentato il Rapporto Export “RE-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale”: le vendite italiane di beni oltreconfine cresceranno del 2% quest’anno, del 2,5% nel 2027 fino a quota 675 miliardi di euro e del 2,8% nel 2028, quando supereranno i 690 miliardi, sulla rotta dei 700 [1]. Dentro quel numero c’è una componente che raramente finisce in prima pagina: le piccole e medie imprese valgono circa il 46% dell’export nazionale, pari a 219 miliardi di euro nell’ultima rilevazione organica dedicata al segmento [2].
Il tessuto che regge il Made in Italy nel mondo, insomma, è fatto in larga parte di aziende piccole. Eppure moltissime realtà con un prodotto competitivo e una domanda estera già manifesta si fermano prima ancora di provarci. Il freno, quasi sempre, non è commerciale: è la convinzione che esportare imponga una struttura interna dedicata e investimenti fuori portata.
I tre ostacoli che fermano le microimprese
Chi non ha mai spedito fuori dai confini nazionali tende a indicare sempre le stesse tre criticità.
La prima è il costo del trasporto, percepito come una voce fissa e insostenibile. In realtà per l’estero non esiste un prezzo unico: la tariffa cambia in modo sensibile in base alla destinazione, al peso reale e volumetrico del collo, al livello di servizio richiesto e al vettore incaricato. Due spedizioni identiche per contenuto, una diretta in Germania e una negli Stati Uniti, seguono logiche di prezzo del tutto diverse.
La seconda è la dogana, vissuta come un labirinto normativo impenetrabile. La terza è l’incertezza su tempi e tracciabilità, che incide direttamente sulla fiducia del cliente finale e, per chi vende online, sulle recensioni.
Sono timori legittimi, ma il contesto operativo è cambiato: la standardizzazione delle procedure e la diffusione di strumenti digitali hanno ridotto in modo netto la distanza fra una grande azienda strutturata e un laboratorio con tre dipendenti.
Dogana e documenti: meno complicato di quanto si racconti
Per le spedizioni all’interno dell’Unione europea non c’è sdoganamento: la merce circola liberamente e l’invio si gestisce come una spedizione nazionale, con i soli adempimenti fiscali ordinari.
Fuori dall’Unione la procedura esiste, ma è codificata e ricorrente. Servono sostanzialmente quattro elementi:
il codice EORI, l’identificativo dell’operatore economico: si richiede una sola volta all’Agenzia delle Dogane e resta valido per tutte le spedizioni successive;
la fattura commerciale, sostituita dalla fattura proforma quando si spediscono campioni o merce priva di valore commerciale, con descrizione, quantità, valore e Paese di origine;
la classificazione doganale della merce attraverso il codice HS, declinato in Europa nella nomenclatura TARIC, che determina dazi applicabili ed eventuali restrizioni;
l’Incoterm, cioè la regola che stabilisce chi paga dazi e imposte all’arrivo: con la resa DAP restano a carico del destinatario, con la DDP se ne fa carico il venditore.
È qui che si concentra la quasi totalità dei problemi reali: non nella complessità delle regole, ma negli errori di compilazione. Una descrizione generica come “abbigliamento”, un codice HS impreciso o un valore dichiarato incoerente sono fra le cause più frequenti di giacenze e richieste di integrazione documentale. E per un negozio online un Incoterm scelto senza spiegarlo al cliente si traduce in un destinatario che si vede chiedere dazi inattesi al momento della consegna: uno dei motivi più comuni di rifiuto del pacco.
Spedire all’estero senza un reparto logistico interno
Un produttore agroalimentare, un marchio moda indipendente, un artigiano o un e-commerce specializzato possono oggi servire clienti in decine di Paesi senza costruire un ufficio spedizioni. Cambia il metodo, non la scala dell’azienda: al posto di un contratto negoziato con un singolo vettore, si valuta ogni invio per quello che è.
In questa direzione si muovono gli strumenti digitali pensati per le spedizioni internazionali per le PMI, che permettono di confrontare in un unico flusso i servizi disponibili per ciascuna destinazione, i tempi di resa e i requisiti documentali richiesti, senza dover aprire una trattativa separata con ogni corriere.
Su questa base restano quattro leve operative che anche una realtà molto piccola può attivare subito:
calibrare l’imballaggio sul peso volumetrico, perché sulle tratte aeree lo spazio occupato pesa sulla tariffa quanto e più del peso reale;
non legarsi a un unico vettore, dato che un operatore molto competitivo sulle tratte europee via terra può rivelarsi inadatto sulle spedizioni intercontinentali;
verificare in anticipo restrizioni e documenti richiesti dal Paese di destinazione, che sono la prima causa di fermi ai magazzini di frontiera;
comunicare al destinatario il codice di tracciamento e la resa doganale scelta, riducendo insieme le richieste di assistenza e le consegne rifiutate.
Una questione di organizzazione, non di dimensioni
Esportare non richiede necessariamente investimenti strutturali o un organico dedicato. Per una piccola impresa il passaggio decisivo è quasi sempre organizzativo: definire un processo ripetibile per la documentazione e scegliere di volta in volta il servizio più coerente con la singola spedizione, invece di applicare la stessa soluzione a scenari diversi.
È anche la ragione della diffusione delle piattaforme multi-corriere, che aggregano e confrontano in tempo reale le offerte di più vettori per una stessa destinazione. Per le imprese con volumi contenuti significa accedere a strumenti di ottimizzazione un tempo riservati ai grandi gruppi, e affrontare i mercati esteri come un percorso graduale e misurabile anziché come un salto nel vuoto.
In molti casi, del resto, l’ostacolo principale all’internazionalizzazione non si trova oltre confine: sta nella convinzione che l’export sia una faccenda per aziende grandi.
Note e fonti
[1] Rapporto Export 2026 “RE-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale”, SACE, diciannovesima edizione, presentato a Roma il 2 luglio 2026. https://www.sace.it/docs/default-source/rapporto-export-2026/sace_rapporto-export-2026_web.pdf
[2] “Piccole, medie e più competitive: le PMI italiane alla prova dell’export tra transizione sostenibile e digitale”, SACE con The European House – Ambrosetti; dati riferiti al 2021. https://www.sace.it/studi/dettaglio/piccole-medie-e-piu-competitive-le-pmi-italiane-alla-prova-dell%27export-tra-transizione-sostenibile-e-digitale





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